domenica 23 marzo 2014

Quella tentazione irresistibile di calcare la scaena...

Poco conta se molti penseranno che siamo degli esibizionisti... io faccio così quando voglio far conoscere ai bambini come è fatto un teatro antico, greco o romano che sia!

Li esorto a calcare la scaena, per l'appunto!
E' un istinto naturale quello che ti prende quando ti trovi di fronte ai resti di un teatro antico a cielo aperto, saltare su ed esibirti, assumere posizioni plastiche, abbracciare l'orizzonte rotondo che ti appare davanti e goderti lo scenario naturale che è il vero spettacolo al quale ti trovi ad assistere!

Così mentre loro si divertono a fare gli attori, io gli ricordo i nomi degli elementi architettonici fodamentali: la scaena, il proscenio, la cavea, l'orchestra; e poi parliamo della forma semicircolare, del fatto che per costruirlo si andasse cercando l'inclinazione naturale del terreno, dell' invenzione del sipario, dell'uso della maschera, delle macchine di scena ( da cui deriva il termine deus ex machina), del fatto che al tempo non si pagasse per assistere alle rappresentazioni teatrali, che queste durassero molto a lungo e che il pubblico qualche volta fosse molto indisciplinato e che in genere la professione dell'attore fosse ritenuta sconveniente.

Questo gioco del teatro è molto coinvolgente ed efficace, soprattutto quando non c'è nessun altro in giro e il teatro è tutto per noi! In Umbria ci sono molti siti in cui si può fare questo con molta soddisfazione: noi recentemente abbiamo visitato il teatro romano di Gubbio.

Il Teatro Romano di Gubbio è il più capiente delle Province dell'Impero; poco più piccolo del Teatro Marcello a Roma. Gubbio diventa municipio romano nell'89 a.c., la città romana si sviluppa nella pianura ai piedi della attuale città di Gubbio, arroccata in età medievale sotto il monte Ingino. Una bella mappa archeologica contenuta all'interno dell'Antiquarium del teatro ce lo testimonia: i resti di domus, ponti, strade, mosaici, iscrizioni varie si trovano tutti nella piana. Il teatro fu costruito probabilmente verso la fine del I sec.a.c., secondo la tecnica del periodo repubblicano, nella zona residenziale della Gubbio romana.
Il teatro aveva due ordini con archi che ne sostenevano la cavea, di cui rimangono in piedi l’ordine inferiore e alcuni archi corrispondenti alla galleria superiore: rimangono originali ventidue scalinate in quattro cunei che scendono all'orchestra ed al proscenio ove si trova il podium, alto un metro, che permetteva di far salire il sipario.
Della frons scaenae rimangono pochi resti, però se si sale in alto si percepisce benissimo lo schema in pianta: aveva due nicchie laterali quadrangolari e una nicchia centrale semicircolare.
Questa idea della scenografia stabile in pietra colpisce la fantasia dei bambini che sono invece abituati a pensare alla scenografia come a qualcosa di rimovibile, magari fatta di cartone o cartapesta...oppure come una proiezione video!
La domanda che mi pongono sempre è perchè questi elementi della scaena non si trovano quasi mai più in piedi...e allora filosofeggiamo sempre sull'azione del tempo, grande scultore, sulle modificazioni che il tempo e l'uomo, attraverso riusi, restauri sapienti o insensati, appongono alla bellezza voluta in un tempo più lontano.
Marguerite Yourcenar dice che quì è tutto l'uomo, la sua collaborazione intelligente con l'universo, la sua lotta contro di esso, e la disfatta finale ove lo spirito e la materia che gli fa da sostegno periscono pressappoco insieme. Il disegno dell'uomo si afferma sin in fondo nella rovina delle cose.
Mutati come il tempo ci muta...ma pur sempre bellissimi!

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Sulla mappa google digita Gubbio Teatro Romano, Gubbio PG, Italia






lunedì 17 febbraio 2014

Tracce di memoria fra Annifo e Collecroce

Da poco ho ricevuto un dono molto gradito, una guida ai luoghi della Resistenza e degli eccidi nazifascisti in Umbria. Ringrazio l'autore, Tommaso Rossi, che ha voluto inviarmi il suo ultimo lavoro, ricchissimo e prezioso: Tracce di Memoria.
Il mio proposito, al di là di ogni retorica, è far conoscere ai miei figli storie, luoghi e patrimoni che conservano la memoria recente della Resistenza nella nostra regione ( e non solo!). Per questo ieri ho preso sù la guida e mi sono recata con i bambini in uno dei luoghi narrati, nel comprensorio folignate-nocerino, ad Annifo, sul limitare del Parco Regionale della Palude di Colfiorito. Qui ho cercato di ripercorrere a piedi lo scenario delle vicende che hanno portato al grande rastrellamento di Collecroce nell'aprile 1944. Le dinamiche preparatorie e successive a questo terribile episodio sono perfettamente ricostruite nel volume Tracce di Memoria, così dopo qualche ricerca google-maps ecco che troviamo facilmente la sterrata che si sviluppa, a monte della carrozzabile, da Annifo all'abitato di Colle Croce. Da queste parti era di stanza il battaglione Goffredo Mameli della
Brigata Partigiana Garibaldi, questi luoghi erano considerati sicuri fino al marzo del 44, quando si assistette ad un lento ma inesorabile aumento della condizione di allarme. Erano avvenuti pochi giorni prima altri rastrellamenti nei dintorni e l'uccisione, per mano di 2 fascisti del posto, del partigiano Tiburzi, di pattuglia sulla strada che da Collecroce scende a Sorifa. Insomma, il rastrellamento era nell'aria, ed è per questo motivo che vennero messe due sentinelle all'inizio della curva all'ingresso del paese di Collecroce. All'alba del 17 aprile inizia l'infermo con uno scontro a fuoco fra le sentinelle Tesauri e Coccia e il reparto tedesco … arrivato, pensate, a piedi.
Nonostante troveranno la morte, i due riescono a sparare in aria i colpi di avvertimento per gli altri partigiani nascosti a Collecroce.
Siamo sugli 800 metri circa di altitudine, in faccia abbiamo il monte Pennino che chiaramente doveva apparire anche al tempo come una possibile via di fuga e imboscamento, ma la piana sottostante, oggi silenziosa, bella e simpaticamente coltivata a toppe, doveva essere molto pericolosa; così scoperta e ampia risultò fatale a molti ragazzi che non ce la fecero a salire sul Pennino o a discendere giù per il vallone che porta a Bagnara, Castiglioni, Mosciano; sono rimasti così sotto il tiro degli uomini del presidio tedesco Romolo Rondelli, Joseph Besonces, marocchino dell'esercito francese, ex prigioniero di guerra, Giuseppe Giunti, Walter Fritz, disertore della Wermacht unitosi ai partigiani, Pietro Corsari, studente di soli 17 anni.
Durante la nostra escursione, leggiamo i dettagli di questa storia, ci figuriamo sempre più la scena, passo passo, fino a che non scorgiamo da lontano Collecroce. L'ultimo tratto di percorso è in mezzo ai campi, scendiamo sulla carreggiata proprio in prossimità della curva in cui morirono per primi le sentinelle Coccia e Tesauri. Qui si trova una lapide, che diventa per i bambini luogo di pellegrinaggio spontaneo, dopo aver ascoltato tutta questa tragedia.
Penso all'infinità di croci, edicole, lapidi, monumenti di cui è costellata la nostra regione per lo stesso motivo, non sempre ho riflettuto sul valore che questi hanno per chi è stato testimone dei fatti, per le popolazioni, per noi che non c'eravamo e che abbiamo bisogno di ricordare, di sapere!
All'ingresso del paese di Collecroce è stato come entrare nella scena di un teatro. Visitiamo il monumento ai caduti, seduti continuiamo la lettura di cosa accade quando i tedeschi entrarono in paese.
Ad aiutarci in questa sorta di drammatizzazione, arriva un vecchietto che abita nella prima casa del paese. Leggendo il nostro testo guida deduco sia un Dominici o un Berardi o un Angelini, non ho chiesto per pudore. Ci accoglie con una gioia contagiosa, entusiasta di vedere i bambini. Entra subito in contatto con loro e gli racconta i suoi ricordi della mattina del 17 aprile 1944: lui aveva 12 anni, l'età del più grande dei miei figli. Il suo racconto è prezioso per noi, le immagine arrivano precise e vivide. Costretto ad assistere al rastrellamento, la sua casa e la stalla date alle fiamme, la madre che chiede pietà per la casa. Ci dice che davanti al lavatoio vengono radunati degli ostaggi, ci descrive la paura, era scalzo ricorda ma non sentiva più niente!
Poi cambia discorso e con grande naturalezza ci porta vicino alla sua casa, scampata dall'incendio,   ci fa conoscere la moglie e ci regala le uova delle sue galline che razzolano ignare per il paese. Il suo saluto è emblematico: salute e libertà!
Ci lascia a bocca aperta!
Giosuè lo guarda come se fosse un eroe epico incarnato nel corpo di un signore di 82 anni. 
Durante questa escursione ho ricevuto tantissime domande da parte dei bambini. Non a tutte ho saputo rispondere.
Così il tempo è andato via velocemente e sono arrivate le 12.00, tempo di incamminarci per la strada del ritorno. Era mezzogiorno anche il 17 aprile 44, quando il reparto SS Polizei Regiment 20 lasciava Colecroce, dopo aver seminato morte e distruzione e si avviava verso il prossimo obiettivo:  Morsciano.
Ripercorrendo a ritroso il cammino, siamo meno ansiosi, ci godiamo ulteriormente il paesaggio del Piano del Colle e del Pennino, e possiamo imitare, in questa stupenda giornata di sole, di vento e avvolgente natura, quel gesto di LIBERTA' di quella figura slanciata e stilizzata con le braccia alzate  posta al centro della piazzetta di Collecroce.

Per saperne di più: Tracce di memoria. Guida ai luoghi della Resistenza e degli eccidi nazifascisti in Umbria. Tommaso Rossi. Editoriale Umbra.

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Sulla mappa digita: Collecroce PG

martedì 28 gennaio 2014

Partigiani jugoslavi nella resistenza umbra


Sabato 25 gennaio ho partecipato a San Giustino, nelle sale del Museo Scientifico del Tabacco, ad un incontro organizzato dall'ANPI di San Giustino-Citerna sui CAMPI fascisti di CONCENTRAMENTO e di LAVORO in UMBRIA.
All'incontro erano presenti testimoni e storici: Maria Pizzoni, presidente ANED regionale (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Lager Nazisti), Francesco Innamorati, partigiano, presidente ANPI provinciale, Tommaso Rossi, ricercatore ISUC ( Istituto per la Storia Umbra Contemporanea) Dino Renato Nardelli storico.
Nella sala che ospitava l'iniziativa, si trovava allestita anche una mostra con ricca documentazione riguardante la storia di due campi di concentramento locali: Ruscio,  campo per prigionieri di guerra addetti al lavoro nelle miniere di estrazione della lignite presso Monteleone di Spoleto e Renicci, vicino ad Anghiari, campo fascista di concentramento per civili jugoslavi.
Il fenomeno della presenza di deportati slavi e montenegrini nelle file della resistenza italiana lungo l'Appennino Umbro-Marchigiano è correlato alla presenza nella nostra regione e immediate vicinanze dei campi fascisti per deportati dal regno di jugoslavia occupato nel 41 dall'Italia. Dopo l'8 settembre 43, evasi, fuggiti, liberati dai campi, questi deportati nella maggior parte entrarono a far parte delle brigate partigiane locali: la Brigata Pio Borri nell'Aretino dove diedero vita al battaglione Dusan, la Brigata proletaria d'urto San Faustino in Alta Valle del Tevere e la 5° Brigata Garibaldi Pesaro dove diedero vita al Battaglione Stalingrado. Uniti contro lo stesso oppressore, senza indugi e diffidenze, si allearono con coloro che fino al giorno precedente erano stati i loro conquistatori, consapevoli di affrontare, insieme agli italiani, una tappa fondamentale nella liberazione dal nazi-fascismo.
Così la mostra ci ha introdotto l'argomento, e poi è iniziata la conferenza.
Mari Franceschini, presidente dell'ANPI San Giustino, ha iniziato il suo intervento parlando dell'istituzione, dal 40 al 45, dei campi fascisti di repressione e internamento per categorie pericolose: prigionieri di guerra, in particolare sloveni, montenegrini, croati, ma anche civili rastrellati, stranieri e italiani oppositori politici, sospetti, gente al confino preventivo, punitivo nei confronti di chiunque avesse comportamenti sconvenienti o immorali.
Francesco Innamorati, partigiano, presidente dell'ANPI provinciale ha tenuto a precisare la fratellanza di sangue fra la resistenza italiana e quella jugoslava. Ha riportato il dato presente nella storia del fascismo di Renzo de Felice circa la assoluta preminenza umbra in fatto di numero di partigiani e ha raccontato la storia di Milan Tomovic cui è dedicata la sezione ANPI di Perugia.
Nella primavera del 1942 Milan viene arrestato in Montenegro e tradotto prima in un campo albanese, poi in Italia, nel campo di Colfiorito. Fugge dal campo il 22 settembre insieme agli altri internati montenegrini e si nasconde a Foligno protetto da una suora antifascista e antinazista.
Qui entra in contatto con un gruppo partigiano di Spello di cui diviene presto il comandante, che opererà nella zona del Subasio e lungo la Statale 75, da Foligno ad Assisi. Innamorati e, successivamente anche Pizzoni, precisano che i giovani partigiani italiani non erano abituati alla guerriglia, erano inesperti e riceveranno da Tomovic e dai suoi compagni un vero e proprio addestramento.  A fine dicembre 1943 Tomovic viene ricoverato per tubercolosi, malattia che già sapeva di avere ma che teneva nascosta per paura che questa fosse vista, dagli altri partigiani, come un impedimento a combattere. Verso la prima metà di giugno 1944, pochi giorni prima che giungessero gli Alleati a liberare Foligno e Spello, il Comandante con la sua brigata stava preparando un piano per liberare, dal campo di concentramento di Campello, i civili italiani catturati durante i vari rastrellamenti e pronti per essere deportati in Germania.
Il piano non viene portato a termine per il sopraggiungere di una crisi cardiaca.
Lo porteranno, clandestinamente, prima all’ospedale di Foligno e poi a quello di Perugia, dove morirà, nel padiglione del professore Riccitelli che lo stava ospitando e proteggendo sotto falso nome.Viene sepolto nel cimitero di Perugia, successivamente le sue ossa vengono portate nell’ossario comune di San Sepolcro. (1)
Innamorati ha ricordato inoltre che anche gli italiani passarono nelle file della Resistenza jugoslava unendosi all’armata dei partigiani di Tito. Furono oltre 40 mila che, sopravvissuti ai massacri e non cedendo alle intimazioni di resa da parte dei tedeschi dopo l’8 settembre, si unirono ai partigiani jugoslavi, combattendo in Montenegro e in tutte le altre regioni del paese, dando prova di valore e conquistandosi la fiducia, l’affetto dei compagni d’arme e delle popolazioni locali. Ventimila di essi caddero, riscattando con il sangue – non è retorica il dirlo – le infamie dell’aggressione e della repressione fascista.
Poi è stata la volta di Dino Nardelli che ha inquadrato il fenomeno a livello storico riportando i fatti al progetto mussoliniano di controllo dell'Adriatico e quindi alla conquista della jugoslavia e ai vari accadimenti svoltisi dal 41 al 43 compresi i rastrellamenti di Lubiana nel 42 e l'occupazione italiana del Montenegro da cui si generarono i 2 flussi principali di deportati civili verso i campi fascisti italiani della nostra zona: Renicci, Tavernelle, Pissignano, Colfiorito.
Tommaso Rossi, ricercatore dell'Istituto per la Storia dell'Umbria Contemporanea, ha integrato la presentazione dandoci un'idea di come, per molte di queste persone, si è concluso questo viaggio: dal campo, alla resistenza in Italia, al disarmo prima del rimpatrio, al riarmo nei pressi di Bari, fino alla partecipazione alla resistenza nelle proprie terre. Alcuni, entrati in Italia come prigionieri, ce li ritroveremo al mattino del 1 maggio 1945 in piazza a Trieste, fra le fila delle prime avanguardie partigiane titine, ma questa è ancora un'altra storia.
Al termine dell'incontro, Maria Pizzoni, presidente ANED regionale, ha voluto sottolineare l'importanza di parlare di questi accadimenti alle giovani generazioni. Ha puntualizzato con fresca memoria alcuni particolari di cui è stata testimone circa i fatti che si sono svolti dopo l'8 settembre 43 nella sua zona di Foligno e ha constatato la preoccupante ignoranza di molti adulti al riguardo.
Gli incontri dei testimoni con i ragazzi nelle scuole e le occasioni di approfondimenti sui temi della deportazione offerti ai docenti rimangono pertanto il migliore strumento per ricordare e per prevenire l'insorgere di nuovi fascismi, populismi e vari genere di razzismi.

Io, presto,  mi metterò di nuovo in cammino sulle tracce dei luoghi della deportazione e della resistenza in Umbria, nella speranza che anche semplici e piccole escursioni fatte con i bambini servino a recuperare pezzi di identità. Al prossimo post!

(1) biografia di Milan Tomovic ricostruita con l'aiuto di http://anpiperugia.noblogs.org/post/2010/11/27/milan-tomovic/
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sabato 4 gennaio 2014

Perugia - Over the hill!

Da tanto tempo sogno di percorrere a piedi una via di accesso a Perugia del tutto inconsueta: la Strada del Valiano e di San Michele Arcangelo, strade interpoderali che si snodano lungo la vallata del Fosso Santa Margherita con accesso dalla Strada Montevile, poco prima della traversa di Via delle Cove. Come è noto, Perugia sembra costruita su una collina, ma in realtà sorge su due colli, il Colle del Sole e Colle Landone; la massima depressione tra le due alture si estende proprio dal fosso di Santa Margherita, a est, al fosso della Cupa, a ovest. Perugia è fondata infatti su un sistema di 4 valloni, che sotto forma di cunei di verde si spingono fino a ridosso della città storica: il Bulagaio, il Santa Margherita, il Sant'Anna e la Cupa, oggi quasi tutti prevalentemente intubati. Nell'antichità, invece, gli Etruschi scelsero quest'area proprio perché ricca d'acqua, ma presto si accorsero che il terreno era anche franoso, cosa che nei secoli ha dato luogo costantemente alle poderose fondazioni e fortificazioni di cui Perugia è ricca.
Il 1 gennaio di questo nuovo anno, sollecitati da una stupenda e inaspettata giornata di sole, ci siamo avventurati lungo uno di questi 4 valloni di accesso a Perugia, potremmo dire che abbiamo risalito a mezza costa ila valle del fosso Santa Margherita da Ponte San Giovanni a Perugia. In epoca medioevale, al termine di questa strada, proprio alle porte della città, sorgeva …il solito Convento benedettino, il Convento Santa Margherita. Nel 1814 il monastero e tutti i suoi beni vennero espropriati e destinati a nuovo uso come ospedale dei pazzi. Comincia così la storia dell'ex-ospedale psichiatrico Santa Margherita di Perugia. Una storia appassionante che, recentemente ( anno 2009) è stata ricomposta e raccontata dal regista Carlo Corinaldesi nel suo documentario Dentro le proprie mura. Questo documentario racconta la rivolta culturale che permise la chiusura del manicomio a Perugia e restituisce a tutti, soprattutto alle giovani generazioni, la memoria di questa grande conquista sociale. Io ho voluto ripercorrere le tracce che questa storia ha lasciato nel nostro paesaggio cittadino.

Per questo, da molto avevo in testa di esplorare questo possibile itinerario che offre spunti paesaggistici, storici e anche metafisici: oltre la realtà. Questo viaggio ha per me una interpretazione simbolica. Mi sono sempre immaginata la discesa al Parco dell'ex manicomio di Perugia come una sorta di discesa nell'Ade, a gironi digradanti a seconda della gravità della malattia mentale presunta o accertata, con tanto di fiume Acheronte ( il fosso Santa Margherita, per l' appunto). Oggi, dopo aver percorso questi 5 km fin su all'uscita in Via XIV settembre, ne ho la conferma. Sui muri del sottopassaggio, all'ex guardiola d'ingresso all'area manicomiale, qualche giovane sticker artist ha scritto OVER THE HILL. Perfetta conclusione a questo mio piccolo viaggio reale, fantastico e simbolico!


Il primo tratto di passeggiata, si svolge in mezzo ai campi, Strada di Valiano, Strada S. Michele Arcangelo fino all'imbocco della salita di San Simone del Carmine. Questo tragitto ci offre la vista dell'acropoli sempre più vicina e circostante. La prospettiva è insolita, un privilegio dei pochi cittadini che abitano in questa campagna perugina, non tutti, devo dire, contenti di vederci passeggiare per le loro "strade", in mezzo a oliveti, campi, legnaie…e lussuose case coloniche. Si scorgono in alto, il castello di Monterone, la chiesa templare di San Bevignate, il cimitero monumentale di Perugia.
Quando si arriva in Via Enrico dal Pozzo si entra nell'area del parco psichiatrico Santa Margherita e qui c'è tutta questa appassionata storia da raccontare, filtrata anche dai ricordi personali legati al recente uso di questi padiglioni, dopo la riforma Basaglia, come sede di svariati istituti scolastici, dell'università per stranieri, residenze per anziani, orti urbani, etc. Arrivati in cima alla salita, si sbocca in Via XIV settembre, si esce dall'Ade, e si entra nella città dei vivi, dei sani. Io consiglio di imbucare Perugia per la Porta medievale di Santa Margherita, inglobata nelle mura papaline cinquecentesche. Questa porta era stata murata nell'ottocento e riaperta solo nel 1934. Da qui si può esplorare, con molta soddisfazione, il rione Porta Sole.

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Sulla mappa google digita: Strada San Michele Arcangelo Perugia

martedì 31 dicembre 2013

Orvieto, l'ultima a cadere!

Sensational Umbria - Orvieto. Copyright Steve Mc Curry
Ieri siamo andati ad Orvieto, richiamati da Umbria Jazz Winter e dall'installazione in Piazza Duomo di Steve Mc Curry Sensational Umbria; dopo aver recentemente visitato il suo Viaggio Intorno all'uomo in mostra a Siena, volevamo scoprire il suo Viaggio intorno all'Umbria!
Atmosfera internazionale, intima e raffinata per questo festival del jazz che, dicono, piace anche ai non amanti del genere. Quello che io ho apprezzato di più è stato il fatto che la manifestazione non abbia stravolto la città e non abbia appannato tutto il resto delle iniziative e delle possibilità che la città offre.
Insomma, chi l'ha detto che sono le città a fare da cornice agli eventi? Chi lo dice, lo pensa, e con questo in testa, organizza ... sbaglia tutto,  sono gli eventi a fare da cornice all'incanto del posto in cui si svolgono e non viceversa.
Orvieto emerge alla grande, storia, arte, archeologia, paesaggio tutto è vicino, accessibile, facile, a portata di ...card. La carta unica Orvieto è una soluzione felice per visitare Orvieto nella sua interezza, senza ammazzarti di corse per fare tutte le visite incluse. I trasporti sono compresi, inclusa la funicolare alla rupe, gli ... imperdibili, come vengono definiti nel portale turistico di orvieto, ci sono, gli esercizi convenzionati applicano realmente gli sconti..per una volta non maledici chi te l'ha venduta all'ingresso della città e questa volta chi me l'ha venduta è una una cooperativa sociale nota, la Luigi Carli, collega e vicina a quelle con cui tanto ho collaborato e collaboro. Buon per loro!
Quali sono le cose di cui vale la pena raccontare qui?
- come visitare il Duomo di Orvieto con i bambini
- come raccontare la storia etrusca della città ai bambini
... e poi mi passerete una nota sull'installazione di Mc Curry.

La visita al duomo di Orvieto

Può apparire una missione impossibile...questi sono i nostri consigli. Per apprezzare la facciata e l'esterno basta arrivare attrezzati di un taccuino da disegno e matite, meglio se acquerellabili e il gioco è fatto. A seconda dell'età dei ragazzi, una volta realizzato il disegno si potranno aggiungere didascalie e così imparare termini interessanti come bassorilievo, rosone, mosaico, guglie, nicchie...ma anche più difficili come strombature, aggetto, angeli reggicortina, cuspide, manierismo, gotico.

 Se non è la prima volta che lo fate, allora si può scendere nei dettagli e riprodurre piccoli elementi architettonici classificati per soggetto: elementi vegetativi, animali reali, fantastici, mitologici, allegorici, figure umane, tutta l'iconografia religiosa,  le figure geometriche...c'è da perdersi.


Passando alla volta dell'interno, ci sono sempre analoghi spunti, ma questa volta la concentrazione va data agli affreschi della Cappella di San Brizio.
Noi ci siamo preparati da casa, abbiamo studiato su un testo fantastico: Inferno e Paradiso. Storie e personaggi dipinti da Luca Signorelli. Ed. Sillabe di Fabiana Giulietti e Emanuala Pantalla. Anche in questo caso, conosciamo le autrici che tante cose ci hanno insegnato a Città di Castello, di cui abbiamo raccontato in questo blog.
Ora, è tutto un riscoprire quello che abbiamo letto e visto disegnato nel libro e l'eccitazione va al massimo e raggiunge l'apice quando in mezzo alle tante figure umane rappresentate negli affreschi della cappella, riusciamo a fare tana per l'autoritratto di Luca Signorelli! Sprofondiamo nello studio delle scene pittoriche. Un gran gusto, i bambini si divertono molto, il soggetto Inferno e Paradiso si presta molto anche alla fantasia dei più piccoli...



Orvieto l'ultima città etrusca a cadere
Per avvicinare i più giovani alla storia della cittadina, approfondendo la conoscenza del suo periodo etrusco, vi consigliamo un Museo dei Ragazzi, l'unico in Umbria credo.  Si tratta del Museo archeologico Faina, situato proprio di fronte al Duomo. Anche in questo caso, potrebbe apparire quasi impossibile visitare con 4 bambini tre piani di museo ospitante numerose collezioni di vasi attici, un ricco monetiere, ridondanti collezioni di corredi funebri, bronzi etruschi, buccheri...nonchè altre antichità collezionate durante l'Ottocento dalla municipalità orvietana. 
Invece, al ticket's office ci consegnano una guida interattiva per ragazzi, un percorso di visita in 20 tappe tra gioco e storia. Il museo Faina è uno Young people's museum...e pochi lo sanno! Dovrebbero diffonderlo molto di più. Il percorso è ben curato, e propone 20 domande intriganti che suscitano la curiosità anche degli adulti accompagnatori, il tutto è arricchito dalle illustrazioni del grande Emanuele Luzzati. E poi, non ci crederete, ma la guida è scritta anche in inglese. Utile per tutti!
Gli etruschi, presenti sul massiccio tufaceo della rupe sin dal VIII sec a.c si piegarono al dominio di Roma solo nel 264 a.c., lasciano loro tracce e testimonianze in maniera significativa. Orvieto fu l'ultima città della dodecapoli etrusca a cadere, nei 6 secoli successivi solo declino e decadenza fino al tardo medioevo e alla successiva epoca comunale di cui l'opera del Duomo esprime il massimo splendore. Mentre si effettua questo viaggio nella civiltà etrusca, dalle finestre del museo, compare imponente e vicinissima la facciata del Duomo a richiamare spesso la nostra attenzione.



Mc Curry
Al lato sinistro del Duomo di Orvieto, si trovano esposti 10 scatti del famoso fotografo tratti dal suo recente lavoro sulla nostra regione. Questo lavoro sull'Umbria lo trovo molto diverso da quello a cui il fotografo ci ha abituato con i suoi celeberrini scatti di viaggio in giro per tutto il mondo. La gran parte delle composizioni sono costruite e progettate, il committente è chiaro e anche il suo obiettivo di rinnovare il brand Umbria. Risultato finale: un' umbria artificiale agli occhi dei suoi abitanti, ma questo lavoro saprà attrarre turisti...qualcuno penserà che mi sono bevuta il cervello!

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Sulla mappa google digita: Orvieto

martedì 26 novembre 2013

Le neviere del Monte Tezio

In cima al Tezio, un monte di 960 m s.l.m a circa 10 km nord da Perugia, si gode di una vista unica che spazia dalle cime appenniniche ( fra cui l'Amiata e il Cetona) a est e a nord, al Lago Trasimeno a ovest, al profilo lontano, ma inconfondibile, di Perugia a sud. Quando questi limiti visibili diventano familiari e li riconosci subito, ti senti sicuro, ti senti nel tuo posto! E' una sensazione ancestrale, che provo ogni volta e che mi ricongiunge con l'umanità!  Credo che tutti la provino! Questo controllo visivo, l'uomo lo desidera da sempre! Non a caso in cima al Tezio una campagna di scavi archeologici avvenuta tra il 2007 e il 2009 ha confermato l'ipotesi dell'esistenza di una cerchiaia di epoca protostorica: una fortificazione sommitale destinata al controllo visivo a scopo di difesa. Di questa antichissa costruzione oggi non rimane che un segno sul terreno, un solco che mette in evidenza la favorevole conformazione del suolo, un avvallamento naturale, si tratterà di una dolina carsica, così come di una dolina si tratta anche per la Neviera che sorge poco più in basso rispetto ai prati sommitali in direzione ovest.
Quando ancora non esisteva l'industria del freddo, nei mesi invernali in questo luogo la neve veniva ammassata e calpestata per renderla compatta e poi ricoperta con strati di paglia per meglio conservarla. Una volta trasformatasi in ghiaccio questo veniva sezionato in blocchi che, avvolti in sacchi di juta, erano trasportati a valle a dorso di mulo. Da qui, su carri trainati da cavalli, era poi trasferito in città per gli usi civili e domestici (ospedali, trattorie, famiglie).
L'Associazione Culturale Monti del Tezio, consapevole della necessità di salvaguardare questa importante testimonianza storica, dopo aver individuato il luogo dove sorgevano le Neviere, ormai completamente occultato dalla folta vegetazione infestante, grazie al lavoro volontario di alcuni  soci, nell'anno 2001 ha riportato alla luce i resti della costruzione che serviva per l'accumulo e la conservazione della neve.
Le più antiche notizie rintracciate all'Archivio di Stato di Perugia, risalgono al 1669. Da una sorta di avviso pubblicitario apparso sulla "Gazzetta", giornale che si stampava a Perugia  nel 1864, si legge: "Il Conte Oddi Baglioni ha sul Monte Tezio delle buche per la neve e accetta prenotazioni dai caffettieri".
Il recupero del sito, così come ora appare, è stato completato nell'estate 2005, grazie all'intervento di consolidamento e bonifica dell'intera area realizzato dalla Comunità Montana - Associazione dei Comuni Trasimeno Medio Tevere.

(Da "I Quaderni del Monte" - Collana edita dalla Associazione Culturale Monti del Tezio - n. 1 anno 2002: Le Neviere di Monte Tezio).
L'edificio di origine medioevale, seminterrato, è da tempo privo di copertura, presenta una pianta circolare del diametro interno di 12 metri ed è definito da una muratura di pietrame dello spessore di 50 cm.. Quattro piloni addossati alla parete stessa, sono ubicati alle estremità di due diametri ortogonali; su di essi erano impostati due arconi intersecantisi in chiave, sui quali era adagiata la struttura lignea sostenente un tetto tradizionale costituito da pianelle, tegole e coppi.
In giro per i monti e i boschi umbri, le neviere le abbiamo trovate varie altre volte  ( al Bosco San Francesco di Assisi per esempio), e anche in città abbiamo trovato antiche ghiacciaie o similari per la conservazione del ghiaccio ( a Città di Castello per esempio), unico mezzo un tempo per curare la febbre.
Per visitare queste, sicuramente le più maestose, site al Tezio, noi abbiamo percorso il sentiero 1 a salire, mentre siamo ridiscesi sul sentiero 3, per un totale di 6 km circa.
Buone escursioni a tutti!


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Sulla mappa digita: Parco Naturale del Monte Tezio

venerdì 22 novembre 2013

Montecorona: una storia del Medioevo in Umbria

Nel silenzio delle abbazie(1) benedettine umbre, si può ascoltare una storia del medioevo un po' meno "romantica" ( passatemi la confusione dei termini..) di quella solitamente conosciuta. Altro che ascesi e preghiera ... io ci sento quasi sempre storie di controllo e autorità su territori rurali strategici in cui le preesistenti strutture sociali, civili ed economiche avevano "bisogno" di un soggetto politico forte ( il clero)…benvenuti nel medioevo in Umbria!

Se questa storia medievale la volete rintracciare nell'attuale paesaggio umbro, dovete visitare Montecorona, nel nord della regione in prossimità di Umbertide.

Io questo posto lo spulcio ben bene da quando andavo a studiare a casa di una mia compagna d'università che viveva proprio in uno dei tanti casali appartenenti alla tenuta dell'abbazia di Montecorona e che dall'anno mille a tutt'oggi ancora produce! Una volta, nel 2000, ci ho portato in visista con l'ex trenino FCU circa 200 ragazzi francesi ... a ripensarci una follia! Comunque a parte la digressione personale, è proprio interessante visitare l'abbazia e camminare per la campagna circostante immaginandosi come questi monaci benedettini dovessero riuscire a far girare l'economia agricola del tempo.

La complessità architetturale ed edilizia della badia con la sua razionale connessione dei numerosi edifici, la vastità della tenuta coltivata a bosco, frutteto, seminativo, oliveto, prato e pascolo, ci fanno intuire che l'organizzazione materiale della comunità dei monaci dovesse essere molto rigorosa, minuziosa e ben disciplinata, parliamo di 2000 ettari di estensione, non dell'orto del frate!
Parliamo di una giurisdizione che nel Duecento aveva raggiunto 21 chiese.

La nostra visita si è articolata fra la chiesa dell'abbazia, la cripta e la campagna circostante. E' una domenica mattina di autunno presto, prestissimo, non c'è anima viva, meglio!

La chiesa è stata consacrata nell'anno 1005, ha una facciata molto semplice, il fianco sinistro è dominato dalla torre campanaria che è molto grande e particolare: la base è a pianta circolare, dicono che risalga ad epoca longobarda, poi c'è una sezione a 11 lati ed infine la parte più alta è ottagonale.

L'interno è effettivamente suggestivo e vi si possono individuare molti elementi strutturali tipici dell'architettura romanica negli archi, nelle colonne e pilastri e nelle volte.
Vi sono tre navate, al centro della grande navata un mastodontico ciborio con bassorilievi nei 4 frontoni che mi sembrano risalire ad un 'epoca addirittura precedente a quella di fondazione della chiesa, ci sono scolpiti elementi vegetali intrecciati e dei pavoni, animale dalla simbologia molto complessa nei vari culti sia pagani che cristiani.
Al di sotto della zona presbiteriale si trova, una cripta, seminterrata di cui colpisce indubbiamente la varietà dello stile delle colonnine che sorreggono le crociere, classico esempio di riuso da preesistenti edifici magari pagani o paleocristiani.
Nelle vicinanze dell'abbazia si trova anche il relativo eremo, costruito  a 700 m s.l.m  nel  secolo XVI dai Camaldolesi susseguitisi ai Benedettini nella gestione del complesso dell'abbazia. In alto per pregare, in basso per amministrare le proprietà! Per raggiungere l'eremo occorre percorrere un sentiero mattonato lungo 5 km in salita, noi decidiamo di perlustrare la tenuta di pertinenza dell'abbazia rimanendo in piano, maggiormente attratti dalla dimensione economica del fenomeno monachesimo in Umbria.
Così percorriamo la strada del Sasseto che corre lungo i campi coltivati delimitati lungo l'altro lato dal Fiume Tevere. Questi poderi dell'abbazia presentano la classica conformazione dell'unità fondiaria elementare della società medievale, giunta inalterata fino al dopoguerra. Sono presenti le strutture necessarie per produrre, vivere, conservare: i campi, il casolare, la rimessa, la stalla, e poi per incrementare la produttività ecco che ci sono i vigneti, i frutteti, le piantagioni legnose, le opere d'irrigazione ( in un muro di uno dei casali scorgo una placchetta di metallo che porta l'iscrizione dell'ente autonomo d'irrigazione anno 1967/68). La conduzione di questi poderi deve essere avvenuta secondo lo schema classico medievale faudale dove in questo caso a fare da feudatario era l'ente monastico. Oggi i casali sono tutti abbandonati dagli anni 60, tranne quello della mia amica come dicevo, mentre le terre sono coltivate dalla società Saia agricola.
E insomma fra incastellamenti e appoderamenti ... si spiega il medioevo in Umbria e  scorre la nostra storia fino alla generazione precedente alla mia, quando la famiglia contadina di trasforma con lo spostamento dei propri membri in altri settori produttivi. Ma in questa parte della nostra regione, la campagna non si è urbanizzata di tanto ed è subentrata appunto una grande azienda agraria orientata al mercato e non alla sussistenza della famiglia contadina. Passiamo di fronte al famoso pescheto della tenuta, senza poterne apprezzare il gustoso frutto…dato che è autunno!  Tanto, anche fosse stata estate, numerosi cartelli portano l'ammonimento: VIETATO RACCOGLIERE I FRUTTI CADUTI A TERRA. Che peccato!
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Sulla mappa digita: Colle di Montecorona

(1) Nel silenzio delle abbazie. Proposte di visita al patrimonio abbaziale deI territorio della provincia di Perugia, Assessorato al Turismo della Provincia di Perugia, Perugia, 2004

venerdì 15 novembre 2013

L'altra metà di Assisi

Per chi cerca sempre nuovi punti di vista…il Bosco di San Francesco è senz'altro uno dei più originali per conoscere diversamente Assisi. Io ho sempre privilegiato il Subasio come porta naturale alla città, ma anche questo accesso dal lato della valle del fiume Tescio ha le sue particolarità.
La nostra visita al Bosco San Francesco in effetti è cominciata proprio da fondovalle, in prossimità del Ponte Santa Croce o Ponte Galli; siamo in compagnia di tante altre famiglie e delle guide CAI Baby Perugia. La passeggiata si snoda lenta fra osservazioni, giochi, letture e attività e fa apprezzare a grandi e piccoli l'integrità della natura circostante.
Camminare e osservare gli elementi storici e naturalistici nel bosco di San Francesco rende espliciti due diversi modi dell'uomo di rapportarsi nel medioevo (o forse nei secoli dei secoli) con la Natura.
Da un lato abbiamo l'approccio lavoristico, è l'uomo che interviene nella natura, trasformando il paesaggio per il proprio uso: taglia, disbosca, costruisce ponti, mulini, monasteri, hospitali…in un'ottica benedettina (ora et labora) in cui il lavoro è il principale dovere, il modo in cui rendersi utile al prossimo: è la parte del Bosco in cui incontriamo il complesso monastico, benedettino per l'appunto, di Santa Croce, sono evidenti muretti e altri interventi come strade e ponti e deviazioni del corso del fiume, un paesaggio molto rimaneggiato dall'uomo. Dall'altro lato abbiamo l'approccio contemplativo tipico del francescanesimo, dove prevale la forza mistica della natura, madre e sorella, selvaggia e predominante. Siamo nella seconda parte del Bosco dove non compaiono opere dell'uomo, dove il paesaggio è maggiormente conservato come quello originale. Da qui si giunge fino alla Selva prossima alla Basilica di Assisi. Il bosco è intatto, l'uomo non lo domina, ma capisce di farne parte se vi si abbandona.
A fare da congiunzione fra questi due ambienti, l'inserimento voluto dal FAI, del Terzo Paradiso: grande opera di land art realizzata da Michelangelo Pistoletto con tre grandi solchi circolari e tangenti fra di loro, piantumati a doppio filare di ulivi. Una terza possibile strada per un'armonia futura fra l'uomo e la natura!

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Cerca nella mappa: Via San Vetturino, Assisi, PG